Trattati di libero scambio

Vengono chiamati «trattati di libero scambio», un nome accattivante, che ispira fiducia. Si dice siano indispensabili per rilanciare l’economia, ma in molti sono convinti del contrario. Una cosa è certa: c’è bisogno di chiarezza.

Tanti nomi, uno scopo
Argomenti a favore
Crescita economica e posti di lavoro
Arbitrati e «lista negativa»
Obiettivi e priorità
Proposte alternative

Stati e bandiere | States and flags

TTIP, CETA, JEFTA, TPP, TISA, EU-Mercosur… Hanno sigle e forme diverse, ma la sostanza non cambia: a livello macroscopico, gli obiettivi ed effetti sono sempre gli stessi.

Per non perdersi ad analizzare in dettaglio ogni singolo trattato, vale la pena conoscere i principali elementi che li contraddistinguono. Se ne capiamo i meccanismi, siamo in grado di farci un’idea migliore di come funzionano, di riconoscerli e decifrarli ogni volta che vengono riproposti.

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Argomenti a favore dei trattati di libero scambio

«I trattati non modificano gli standard vigenti (qualità, sicurezza, tutela…)» – È vero. Però consentono alle merci importate di non rispettarli (per esempio, aggirandoli con auto-dichiarazioni di «equivalenza»).

«Non c’è l’obbligo di privatizzare beni o servizi» –  È vero. Però gli investitori possono impedire che servizi privatizzati ridiventino pubblici (tramite ISDS/ICS), rendendo la privatizzazione irreversibile.

«Si tutela il made in Italy» – Più falso che vero: i trattati riconoscono pochi marchi protetti (il CETA solo 41 dei 295 italiani) e non prevedono misure specifiche contro l’«Italian sounding».

«Le aziende possono esportare in altri continenti con più facilità» – È vero. Ma quante piccole/medie imprese (PMI) intendono vendere prodotti a 10 mila chilometri di distanza?

«Si tolgono i dazi» – È vero. Ma non giustifica la presenza di tutte le altre clausole nei trattati.

«Si crea concorrenza, abbassando i prezzi nei supermercati» – Ipotesi discutibile: chi produce e vende nell’UE (soprattutto le PMI) non beneficia della rimozione dei dazi; il rischio di «corse al ribasso» (per rimanere competitivi) è elevato.

«Le aziende sono più competitive, aumentano i posti di lavoro» – Ipotesi discutibile: nessuna azienda viene obbligata a investire parte dei guadagni in nuove assunzioni.

«Si favoriscono le piccole/medie imprese» – Troppo generale e confutabile. Un esempio: in presenza dell’ISDS/ICS, non si possono più favorire le PMI locali negli appalti pubblici (per non incorrere in cause per «discriminazione»).

«Si rilancia l’economia» – Troppo generale e confutabile. Per il TTIP è previsto un aumento massimo del PIL di 0.5% dopo 10 anni (ulteriori dati al capitolo successivo).

«L’ISDS/ICS/… attrae investitori» – I fatti accaduti finora dimostrano il contrario.

«Si promuove lo sviluppo sostenibile e i diritti dei lavoratori» – Troppo generale e confutabile: la maggior parte degli Stati extra-UE si rifiuta di aderire alle convenzioni fondamentali. (Aprire a mercati con meno diritti per i lavoratori significa aprire alla delocalizzazione.)

«Si protegge la diversità culturale» – Più falso che vero: le categorie «protette» sono poche, tutte le altre sono considerate «servizi d’impresa». Per esempio, il TTIP esclude espressamente dalla protezione: servizi di intrattenimento (teatro, concerti live, circo…); stampa, editoria; biblioteche, archivi, musei, eventi culturali; sport, servizi ricreativi.

«Si facilita il riconoscimento dei titoli professionali» – È possibile. Ma occorre evitare che titoli extra-UE vengano equiparati a quelli italiani/europei in maniera troppo semplicistica.

«Si incentiva la collaborazione reciproca» – È possibile, ma non giustifica la presenza di tutte le altre clausole.

«Le trattative sono democratiche e trasparenti» – Raramente vero: alcuni «negoziati» e documenti sono pubblici, tutto il resto, compreso il testo dei trattati, è tenuto segreto il più a lungo possibile.

«Sono disponibili spiegazioni in linguaggio semplice» – È vero. Ma sono inutili se il testo dei trattati è segreto, perché non si può verificarne la veridicità.

«I principali interessati sono coinvolti nelle trattative» – Vero a metà: multinazionali/investitori partecipano da subito, mentre sindacati e associazioni di consumatori protestano per l’esclusione dai dibattiti.

«L’approvazione è democratica e coinvolge tutti i governi e parlamentari europei.» – Tralasciando la segretezza, tutt’altro che democratica, l’approvazione dei parlamentari e governi europei è ciò che rende l’Europa una «democrazia» e non potrebbe essere altrimenti.

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Crescita economica e posti di lavoro

Come si è visto, molti vantaggi attribuiti ai trattati di libero scambio, in realtà, hanno retroscena spesso taciuti. Il beneficio più ostentato è che servono per «rilanciare l’economia» e «creare posti di lavoro». Per capire se sia vero, ecco i risultati di alcuni studi (finanziati dalla commissione europea e indipendenti).

Studio UE sul TTIPAumento PIL in 10 anni: 0.5%, UE; 0.4%, USA. Modello economico usato: CGE (presuppone 100% di occupazione, domanda sempre uguale all’offerta, disavanzo pubblico costante; esclude effetti a breve/medio termine).

Rapporto ÖFSE, analizza 4 studi sul TTIP (compreso il precedente) – Periodo: 10 ÷ 20 anni. Aumento PIL UE: 0.3 ÷ 1.3% (0.02 ÷ 0.09% annui). Riduzione disoccupazione: 0.42%. Si evidenziano le lacune del modello CGE, impostato in maniera troppo irrealistica.

Studio UE sul CETA –  Aumento PIL in 7 anni: 0.08%, UE; 0.77%, Canada. Modello usato: di nuovo il CGE.

Studio indipendente sul CETA – Periodo: 2017-2023. Diminuzione PIL: 0.49%, UE; 0.96%, Canada. Perdita di 200 (UE), 30 (Canada) e 80 mila (resto del mondo) posti di lavoro. Diminuzione salari: 300 ÷ 1300 €/anno, UE; 1700 €/anno (Canada). Modello usato: GPM, sviluppato dalle Nazioni Unite, considera molti più parametri (variazioni dell’occupazione; interazioni economiche nel mondo; ecc.).

In sintesi, perfino gli studi più ottimistici danno risultati tutt’altro che fiorenti (TTIP +0.05% PIL annuo, CETA +0.01%). Spostandosi su modelli più completi e verosimili, la crescita economica e dei posti di lavoro tende a zero o diventa negativa.

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Arbitrati internazionali e «lista negativa»

Gli «arbitrati internazionali» (ISDS, ICS ecc.) sono un punto estremamente controverso. Di seguito, qualche informazione in merito.

▪ Gli «investitori» possono fare causa agli Stati che creano «ostacoli al libero commercio» (per esempio, imponendo filtri su fumi o acque di scarico, fissando salari minimi, vietando tecnologie dannose, OGM, ormoni, pesticidi…).

▪ Gli Stati non possono fare causa agli investitori, sono sempre «imputati» e devono pagare enormi spese processuali, anche in caso di vittoria.

▪ Per comporre il tribunale bastano due avvocati e un giudice, scelti da una lista di «arbitri» (che quasi nessuno conosce).

▪ I dati «oggettivi» (che fanno sembrare «inoffensivo» l’ISDS) si riferiscono a prima dell’approvazione di trattati imponenti come il TTIP o CETA.

I verdetti degli arbitrati sono superiori a qualsiasi legge nazionale/europea, comprese tutte le norme su tutela ambientale, salute, sicurezza…

Infine, la «lista negativa» è l’elenco dei servizi che gli Stati devono indicare per escluderli dal trattato. In pratica, i governi perdono gran parte dell’autorità su qualsiasi servizio non presente nella lista. (Per la clausola di «non-ostacolo al libero commercio».)

Tale sistema (usato nel CETA) ribalta il principio cautelativo applicato finora: elencare i soli servizi soggetti al trattato, escludendo automaticamente tutti gli altri.

Stretta di mani e soldi | Shake hands and money

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Obiettivi e priorità

Prima di passare alle conclusioni, è utile fare alcune riflessioni sugli argomenti esposti finora. In particolare, è bene chiedersi quali siano gli obiettivi e i beneficiari reali dei trattati di libero scambio. Per rispondere alla domanda, vediamo un breve riepilogo.

▪ Gli elevati standard europei sono considerati «barriere non tariffarie» da «uniformare» (cioè da aggirare, senza abolirle necessariamente).

▪ Il principio di precauzione (dimostrare la sicurezza di un prodotto, prima di immetterlo sul mercato) e tutte le norme di «tutela» (ambiente ↔ aria, acqua, cibo ↔ salute) sono considerate barriere non tariffarie.

Servizi di vitale importanza (fornitura di acqua ed energia, ospedali) sono definiti «servizi d’impresa» soggetti al libero mercato e agli arbitrati internazionali, non più alle nazioni, tanto meno ai cittadini.

▪ Nessun trattato contiene misure specifiche a favore delle piccole/medie imprese, le quali (per loro natura) beneficiano ben poco dei mercati extra-continentali.

PMI e realtà locali sono ulteriormente minacciate dalle grandi multinazionali, rese più competitive e forti di quanto non lo siano già.

La lista potrebbe continuare, ma si è capito l’andamento: qualsiasi principio viene ignorato o aggirato, in nome del «libero mercato» (che in realtà significa «fare soldi»).

Certo, se si trattasse di benessere economico diffuso su tutta la popolazione, ci si potrebbe ragionare. Ma gli studi dimostrano il contrario: nelle ipotesi più ottimiste, i miglioramenti sarebbero impercettibili, mentre quelle più realistiche indicano peggioramenti.

E quindi, tutto questo marasma per cosa? Chi trae realmente vantaggi da tali imponenti trattati? Si potrebbe rispondere andando per esclusione…

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Proposte alternative

Approvare i trattati in maniera integrale, con tutte le centinaia di clausole più o meno segrete, probabilmente non è una scelta ottimale. Allo stesso tempo, rifiutarli categoricamente, senza fornire valide alternative, non è molto d’aiuto.

Perciò (per non essere considerati il «popolo dei no»), ecco qualche proposta costruttiva.

▪ Esportare 20 mila tonnellate (di burro, per esempio) e importarne 15 mila è insensato. Spostare merci avanti e indietro, da un continente all’altro, bruciando carburanti fossili, è insostenibile. Servono piani strategici per ottimizzare le risorse disponibili sul posto, accorciare le distanze, esportare/importare la sola eccedenza/carenza.

Abolire o riequilibrare i dazi potrebbe essere una buona idea, ma dipende da come si realizza. Farlo con le nazioni limitrofe, per esempio la Svizzera, che si trova nel cuore dell’UE, favorirebbe innanzitutto le imprese europee, PMI incluse.

▪ Non è pensabile affidare lo sviluppo economico alle multinazionali, servono progetti comunitari che incentivino economie locali, circolari, creando occupazione reale fin da subito.

Sono semplici spunti, ai quali se ne possono aggiungere mille altri, da valutare, elaborare e tradurre in provvedimenti efficaci. L’Europa è all’altezza? E noi lo siamo?

 

Che opinione hai dei trattati di libero scambio, ora che conosci qualche sfaccettatura in più? Li approveresti così come sono o punteresti su alternative più produttive? Sembrano domande retoriche, ma forse non tutti ci pensano.

[Nota: se hai trovato affermazioni poco chiare, ambigue o che ritieni false, segnalale! È un tema delicato, ma importantissimo, perché riguarda la vita di tutti.]

Fonti (in aggiunta a quelle riportate nel testo) e riferimenti: opuscolo UE sul TTIP; CETA; approfondimenti sul CETA; «trade leaks» (documenti segreti resi pubblici); iniziative «Stop-TTIP-CETA».

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